2017

Sta finendo il 2017 e non posso lasciarlo finire senza scrivere almeno un post per cui racconterò una storiella divertente (e vera).
Siamo più o meno sul finire degli anni ’80 e sto andando all’Università per iscrivermi all’esame di Analisi Matematica 2. Arrivato in via Moretto da Brescia (allora la sede della facoltà di Scienze dell’Informazione era là) incontro un mio caro amico (di cui tacerò il nome ma lui sa 🙂 ) che mi chiede se voglio fare l’esame di TIT con lui, un paio di giorni dopo.
L’esame di TIT era un discreto scoglio per cui gli rispondo che, non avendo studiato nulla, non potevo certo provarci. Lui però insiste per cui mi iscrivo anche io. Subito dopo mi faccio dare il famoso libro “arancione” che non era altro che una raccolta di fotocopie degli appunti di qualche tizio particolarmente volonteroso e generoso.
Lo porto a casa, lo scorro velocemente nei due giorni a seguire, non capisco quasi nulla e vado a fare lo scritto.
Ci consegnano il testo: tre esercizi da dieci punti l’uno.
Leggo il primo: incomprensibile.
Leggo il secondo: incomprensibile.
Leggo il terzo: mi pare di capirci qualcosa e provo a scrivere la soluzione.
Dopo mezz’ora faccio al mio amico “Ehi, ho finito il terzo” e lui “Bene, io ho finito i primi due, eccoti la brutta”. Io gli passo la mia ma lui, facendo di no con la mano, mi dice “Grazie ma non preoccuparti, manca ancora tanto e lo so fare”.
Lo capisco (secondo me non si fidava molto e onestamente avrei fatto lo stesso anche io) e mi metto di buona lena a ricopiare le prime due soluzioni.
Gran parte dei simboli mi è sconosciuta per cui ricopio letteralmente tratto per tratto.
Consegniamo.
Passa qualche giorno e andiamo a vedere il risultato: io 30 e lui 20. In pratica i suoi due esercizi erano giusti come lo era il mio terzo. Era sbagliato solo il suo ultimo esercizio… 😀
Trattengo a stento una risata e gli dico “Dai, c’è l’orale, vedrai che lì farai vedere quello che vali”.
Andiamo all’orale. Siamo tra gli ultimi e capitiamo entrambi con il mitico Angeleri, il professore del corso, uno dei più tosti.
Tocca a me.
Il professore prende il mio scritto e lo rigira tra le mani. Quindi dice “Uhm, sì, buono scritto, mi parli dell’entropia dell’informazione”. Io, incredulo per la facilità della domanda, inizio a parlare delle entropia dell’informazione e come sia uguale e contraria all’entropia della termodinamica (ora non so più se è davvero così, ma questo mi ricordo e poco importa ora) quando dopo pochi secondi mi interrompe e mi fa “Sì, sì, va bene. Trenta”.
Gli passo il libretto e, dopo che l’ha compilato, gli faccio con una faccia tosta allucinante “Per la lode niente da fare, vero?” e lui “No, lo scritto era troppo facile”. “Sì, certo, capisco. Grazie e arrivederci”.
Tocca al mio amico.
Angeleri prende il suo scritto, lo guarda quasi schifato e dice lapidario “Teorema di Shannon”. Il mio amico glielo enuncia come un libro stampato. Il professore lo fa finire. Lo guarda negli occhi e gli chiede “Lei ha seguito il mio corso?”.
Il mio amico: “Beh, sì. Certo”.
Angeleri: “Io non credo, se così fosse lei saprebbe che io lo voglio nell’altra forma. Sarà meglio che torni la prossima volta, più preparato”.
Usciamo.
Io lo guardo e gli dico “Beh, dai, grazie di avermi convinto a fare l’esame”.

Per fortuna il mio amico era (ed è!) un caro ragazzo per cui si limitò bonariamente a mandarmi a fare in culo.
Un’altra volta vi racconterò di quante volte l’ha provato e del suo 23 di voto finale.
😀

Trivial pursuit

Nella gara a Trivial Pursuit con gli amici, divisi nelle due usuali squadre Mogli e Mariti, di solito sono io quello che legge le domande alle avversarie (l’età mi ha reso un po’ miope, ma fortunatamente ci vedo bene da vicino).

Stasera ho letto questa domanda:


Le Mogli, dopo lungo meditare abbinata alla mia molteplice ma sempre assolutamente identica rilettura della domanda, hanno risposto “Una pinza per le lumache”. Voi che cosa avreste risposto?
Quando ho detto loro qual era la risposta corretta, si sono inalberate al punto che ho dovuto fare una nuova domanda annullando questa.
Ma a voi pare giusto?
Ok, confesso che quando ho visto la domanda ho pensato che fosse un’occasione unica per trollarle 😀

Enel Energia? No grazie!

La mia casa è elettrica. È una casa tedesca prefabbricata. Il riscaldamento funziona a VMC, Ventilazione Meccanica Controllata.
È poco più di 200 metri quadri e per mantenerla sempre a 20°, per far funzionare la lavastoviglie, la lavatrice, l’asciugatrice, il frigorifero, il forno a microonde, il forno convenzionale, il piano a induzione, la macchinetta del caffè, una decina di computer e qualcos’altro che sicuramente dimentico, consumo circa 10.000 kWh attraverso un impianto trifase da 10 kW.

E basta.

Non consumo gas. Non consumo gasolio. Non consumo altro. Solo energia elettrica. Non ho i pannelli fotovoltaici. ma solo i pannelli solari termici per scaldare l’acqua.

Siccome la casa ha una pompa di calore per scaldare l’aria, Enel Servizio Elettrico, il cosiddetto servizio di maggior tutela, mi fornisce l’energia elettrica con la particolare e vantaggiosa tariffa D1.

L’anno scorso, verso maggio, mi contatta Enel Energia, nata da una costola di Enel Servizio Elettrico e che si occupa di accaparrarsi i clienti che potrebbero lasciare il servizio di maggior tutela per qualche altro concorrente. Mi spiegano che possono farmi una tariffa migliore. Sono molto scettico. Arriviamo a cinque telefonate in cui, nel frattempo, gli invio via email una mia bolletta per fargliela analizzare. “Signor Beri, con noi, quella bolletta da 240€ l’avrebbe pagata 180€”. “Impossibile, guardi che ho una tariffa speciale D1, la conosce?”. “Ah, ehm… mi faccia verificare e la richiamo”. Mi richiamano: “Sì, signor Beri, glielo garantiamo: con noi pagherebbe meno; sa, la nostra componente energia, blah, blah”. Io insisto: “Senta, a me non interessa quali siano le componenti in più o in meno, mi interessa il totale: lei mi garantisce che il costo a kWh con voi sarà più basso?”. “Ma certamente! E con tutti i kWh che consuma, a fine anno, per ogni anno, guadagnerà così tanti punti che le regaliamo una bicicletta elettrica”.

Io sono ancora dubbioso, però mi informo e verifico che, comunque, posso tornare indietro al servizio di maggior tutela per cui non è una scelta di non ritorno.

Accetto.
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Questi qui sopra sono i costi per kWh delle mie ultime dieci bollette. Quelli verdi sono i costi per kWh che ho sostenuto con Enel Servizio Elettrico. Quelli arancioni sono i costi che ho sostenuto con Enel Energia. La prima bolletta è arancione è stata a settembre 2015. Arrivata quella ho ISTANTANEAMENTE dato disdetta a Enel Energia. La seconda bolletta arancione è quella di ottobre e novembre. La terza arancione è quella di dicembre.

La media “verde” del costo al kWh è di 0,238€. La media “arancione” è di 0,351€.

Il 48% (quarantottopercento!) in più.

A gennaio 2016 sono riuscito finalmente a tornare in Enel Servizio Elettrico.

Nel frattempo mi hanno chiamato varie volte e le persone con cui ho parlato si sono beccate la loro dose di rabbia. Nessun insulto, ci mancherebbe, ma una discreta dose di acrimonia condita da sarcasmo e fastidio. Tanto sarcasmo e tanto fastidio. In quello ci so fare. Ho fatto di tutto per rintracciare la persona che mi ha truffato ma non ci sono riuscito.

Per questa vicenda ho speso circa 6 ore della mia vita in telefonate, email, scan, fax (sì, c’è chi usa ancora il fax) e 390€ per via di quelle tre bollette più care.

Il mio modo di interpretare la cosa è che ho fatto un corso di 6 ore a 65€ l’ora per imparare a non farmi fregare al telefono senza avere qualcosa di scritto che mi garantisca quello che mi viene promesso a voce. Funziona! Infatti ora ho imparato.

Voi avete la possibilità di fare questo corso gratis leggendo questa pagina.

Però magari mandatemi una birra 🙂

Il mondo non è così brutto come lo si dipinge

Provate a rispondere a queste domande:

  1. al mondo, su 10 case quante, comprese le capanne dell’Amazzonia, hanno l’elettricità?
  2. al mondo, su 10 bambini, quanti sono vaccinati contro il morbillo?
  3. al mondo, su 10 bambine, quante vanno alla scuola primaria?

Segnatevi la vostra risposta e poi guardate questo video.

Dura un’ora e può essere sottotitolato solo in inglese. Ma vi assicuro che sarà un’ora ben spesa del vostro tempo. Molto ben spesa.

Non ho scoperto di non sapere un sacco di cose, quello lo sapevo già. Ho scoperto di avere un sacco di pregiudizi. E questo mi ha colpito ancora di più che non sapere.

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Se vi sarà piaciuto, potrete vedere anche questo, altrettanto bello e dirompente.

Disegnare

Vi siete mai detti “io non so disegnare” oppure “mi piacerebbe saper disegnare”? Beh, io sì.
Molti anni fa, diciamo più di 25, visto che era il 1987, lessi questo libro (chiaramente in un’edizione precedente):
download

L’autrice, Betty Edwards, sosteneva che disegnare non è un dono ma è un’abilità e, come tutte le abilità, si può imparare conoscendo le giuste tecniche. Addirittura facilmente secondo lei.

Nelle prime pagine del libro c’erano alcuni disegni realizzati dai suoi allievi con le date in cui erano stati fatti. Tipicamente a sinistra c’era il disegno fatto a inizio corso e a destra quello della fine del corso, dopo due o tre mesi. Ecco un paio di esempi.

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Inutile nascondere che ero molto scettico.
Comunque mi misi a fare gli esercizi, davvero semplici, capendo molto facilmente quello che l’autrice voleva spiegare. In sostanza quando si disegna, ci si deve dimenticare dell’oggetto che si sta guardando, pensando solo a linee, vuoti, punti, colori. Una sedia deve smettere di essere tale e diventare un insieme di linee e vuoti, altrimenti gli disegniamo quattro gambe quando, quasi certamente, se ne vedono solo tre.

Il risultato? Questo fu il ritratto che feci a mia sorella Rita.

rita

Niente di che, ma se vedeste i miei scarabocchi precedenti, gridereste al miracolo 🙂

Morale: se non sapete disegnare, vi assicuro, c’è rimedio!

 

 

Cueic

Aprile 2001.

Alessandro, che non aveva ancora 7 anni, viene a trovarmi in ufficio in pausa pranzo, proprio mentre sto giocando a Quake contro qualche collega. Mi chiede qualche cosa e io, dopo essere stato ucciso nel gioco, gli rispondo bruscamente con un “DOPO!”.

Senza dire una parola, Alessandro prende un foglio e si mette a scarabocchiare qualcosa.

Alla fine della partita, gli offro una cioccolata, scambio due parole con Lucia e li saluto.

Torno alla scrivania e trovo questo foglio:

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Cito testualmente:

E VIETATO DISTURBARE IL MARCO PER CHE STA GIOCANDO A CUEIC E SE LO FATE SBAGLIARE SI ARABBIA

Ogni tanto un padre deve ricordarsi quanto sa essere stronzo con un figlio e pentirsi amaramente. Per questo l’ho incorniciato e da allora è appeso nel mio ufficio.

Quando lo rileggo mi si stringe il cuore come nell’istante in cui lo trovai… Forse proprio in quel momento ho cominciato a stare sulle scatole ad Alessandro 🙂

Marciapiedi

Sabato sera sono a Milano per bere una birra con il mio amico Carlo.

Piove che dio la manda, non vedo l’angolo di un isola pedonale e lo prendo in pieno con la gomma sinistra.

Spero di averla fatta franca… faccio qualche metro. Non l’ho fatta franca.

Le auto di oggi non hanno la ruota di scorta ma uno schifoso kit. Provo col kit ma capisco subito che non serve a nulla, per cui lo ripongo senza sprecarlo (è di quelli che riempiono la gomma di una sostanza collosa e bianca).

Chiamo il soccorso, arriva dopo più di un’ora e si porta via la macchina.

Vado a piedi con Carlo a bere la famosa birretta con annesso Sushi.

Dormo a casa sua e mi faccio venire a prendere la mattina dopo da Lucia (che per fortuna sta tornando da Venezia).

La macchina è una full rental per cui, a partire da lunedì, capire dove fosse finita, quando avrei potuto ritirarla, se la sostituzione fosse compresa o meno, è una bella impresa.

In ogni caso oggi, mercoledì, finalmente posso andare a prenderla.

Alle 16 sono nuovamente in possesso della mia auto.

È presto per cui vado in un negozio di articoli sportivi a Milano.

Parcheggio.

Prendo lo spigolo del marciapiede con la gomma destra. Niente di che. Non è certamente possibile che l’abbia rotta nuovamente.

Scendo.

Giro intorno all’auto.

Sento un sibilo.

Vedo il piccolo squarcio di lato.

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<cinque minuti di censura>

Riprovo col fottuto kit. Questa volta deve funzionare.

Lo apro e stavolta mi accorgo che ci sono due tubicini: uno per l’aria (quello che ho usato sabato) e uno per spruzzare la schifezza appiccicosa (che sabato, al buio, manco avevo visto).

Tutto fiducioso lo attacco e faccio partire il compressore attaccato all’accendisigari attraverso la portiera destra aperta all’uopo.

La sostanza bianca sembra passare piano piano nel tubicino.

Troppo piano.

Anche stavolta mi rendo conto che non c’è verso.

Stacco il tubicino e lo appoggio per terra.

Mi accingo a spegnerlo, ma vedo che forse la bomboletta era sottosopra, per cui provo a girare il compressorino. Giusto per curiosità.

Effettivamente era così.

Infatti ora il tubicino, staccato dalla gomma, inizia a spruzzare dappertutto quella schifosa sostanza appiccicosa.

E, siccome la portiera destra era aperta e il tubicino si era riarrotolato, lo fa dentro la macchina, conciandola uno schifo di macchie bianche collose e appiccicaticce.

Spengo tutto.

<cinque minuti di censura>

Pulisco alla bell’e meglio l’auto con un piccolissimo fazzolettino, l’ultimo che avevo.

Chiamo il carro attrezzi.

Mi faccio trainare da un gommista e nel frattempo discuto con il trainatore. È dell’Ecuador ed è qui da 15 anni. Ironia della sorte a settembre probabilmente potrei andare proprio là in vacanza. Anche lui vuole tornare nel suo paese d’origine, perché non è più bello come una volta qui, non si lavora bene. Solo che vendere la casa adesso non è il massimo. Un tipo simpatico e sveglio.

Magari era destino che rompessi la gomma per conoscerlo.

No, non regge.

Arrivo dal gommista.

Faccio cambiare le due gomme.

Il gommista le cambia, cambia una luce anabbagliante che era bruciata. “Olio?” mi chiede. Tutto soddisfatto per le mie gomme nuove gli dico di sì, di controllare pure. Incredibile. A quanto pare non c’era una sola goccia d’olio rimasta. Meno male che gli è venuto in mente di verificare perché, dice, la macchina a breve si sarebbe fermata e avrebbe potuto fondere il motore. Ora ho capito il senso di tutto: non ritrovarsi in autostrada con la macchina fusa.

In fondo ho avuto fortuna.

La mamma

La mamma è sempre la mamma. Si sa.

Questa qui sotto è la mia, quando aveva 24 anni (il bambolotto non è finto, sono io a 7 mesi e mezzo, lo potete vedere chiaramente dal colore dei capelli).

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Diciamo che non sono stato un figlio troppo amorevole, anzi, credo di averne combinate di cotte e di crude a questa povera mamma che, come tutte le mamme, ha sempre sopportato ogni mia malefatta. Diciamo non proprio in silenzio, ma sicuramente, alla fine, ha sempre perdonato i miei innumerevoli scherzi.

Uno di quelli che, ancora adesso, spesso ricordiamo alle usuali riunioni familiari (ed è passato diverso tempo visto che io ho ငါးဆယ် anni e lei ancora 24, i buoni osservatori sapranno fare i calcoli corretti guardando con attenzione la foto sopra) è lo scherzo della michetta.

Per chi non lo sapesse, ecco com’è fatta una michetta:

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Mamma mi ha sempre preparato le michette tagliandole a metà in orizzontale, infarcendole con burro e marmellata, salame, nutella® e via dicendo. Ma già da allora la mia indole matematica (per non dire da rompiscatole) le aveva imposto, poverina, di ricomporre sempre la michetta in maniera perfetta. Questa sotto, sempre per esempio, è una michetta ricomposta in maniera quasi perfetta. Sì, ho detto quasi: infatti potete notare che se chi l’ha preparata avesse girato la parte superiore di circa un 5° in senso antiorario, avrebbe ottenuto la vera michetta perfetta.

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Tralasciando il fatto che, probabilmente, una qualsiasi mamma meno buona della mia, ad una richiesta del genere, mi avrebbe scaraventato il tutto in testa, oramai la prassi era consolidata per cui non serviva più nemmeno chiederlo.

La sera dello scherzo accadde qualcosa di diverso.

Eravamo a fine cena e, come al solito, mamma mi chiese si volevo un panino, quella volta con il prosciutto. Io, sempre come al solito, risposi di sì. Mamma si mise a tagliare la michetta fino a che si accorse che il prosciutto era rimasto in frigorifero. Si alzò e andò verso il frigorifero che era un paio di metri dietro di lei.

In quel momento successe quello che il Perozzi di “Amici Miei” definì, e lo dico senza falsa modestia, il “genio” e cioè fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.

Istantaneamente presi una seconda michetta, la tagliai e sostituii la parte inferiore di quella che mia madre stava preparando con la mia, nascondendo sulle mie gambe il resto. Il babbo, silenzioso complice, osservò senza dire una sola parola. Rita e Mauro, sorella e fratello minori che sono incredibilmente sopravvissuti (quasi) indenni alle mie innumerevoli vessazioni, non avrebbero comunque osato parlare. Mamma tornò sulla sedia, farcì il panino col prosciutto e provò a ricomporre la michetta.

Dopo qualche tentativo infruttuoso, poverina, tentò di darmi la michetta assemblata alla bell’e meglio. Io, con assoluta perfidia, le dissi: “Ma Mamma, non riesci nemmeno a sistemarla per benino!”. Con la totale dedizione ai figli che l’ha sempre contraddistinta, mamma mi disse “Sì, scusa, hai ragione, adesso ci provo meglio”. E cominciò a cercare di far combaciare due parti che arrivavano da due michette diverse, dapprima provandoci grossolanamente e via via sempre più piano, fino a farle girare lentissimamente, alla ricerca di una perfezione a sua insaputa assolutamente impossibile da raggiungere.

Non so quanto sarebbe andata avanti la scena, ma mio padre, impietosito e con quasi le lacrime agli occhi per le risate trattenute, dopo un po’ le disse “Ma smettila, non vedi che quel locco ti sta prendendo in giro!” (mio padre è toscano). Mamma mi guardò e io, fino ad allora spietato e impassibile, scoppiai a ridere tirando fuori le altre due parti di michetta, trascinando nelle risate tutta la famiglia.

Una data indimenticabile

Sette ottobre duemilatredici. 7/10/13. + tre = 10 + tre = 13. Una data facile da ricordare. Ma non è per questo che io la ricorderò a lungo. Molto a lungo.

Gioco a pallacanestro da quando avevo 10 anni. Ad agosto faccio la solita visita medico-sportiva, con tanto di elettrocardiogramma sotto sforzo. La visita va bene e parlando con Giulio, il medico sportivo, gli racconto che quasi trent’anni prima mi fu diagnosticato un leggero prolasso alla valvola mitralica. Niente di preoccupante, è comune nelle persone alte, tant’è che anche a mia moglie Lucia e ad Alessandro, uno dei miei figli, è stata riscontrata la stessa patologia. Giulio mi chiede come fecero a diagnosticarla e, quando gli dico che fu tramite un ecocardiogramma, mi chiede di cercare il referto dell’esame e portarglielo alla visita dell’anno prossimo, giusto come documentazione.

Torno a casa e non provo nemmeno a cercare un esame di trent’anni (e due traslochi) fa. Decido invece di rifarlo nuovamente. Prenoto l’esame a un centro diagnostico convenzionato di Varese: la prima data disponibile per un ecocardiogramma Doppler è il 7 di ottobre del 2013, quasi due mesi dopo. Non ho fretta e confermo.

Arriva il giorno dell’esame. Vado al centro. Attendo il mio turno che arriva verso le 9 e 30 di mattina. La dottoressa mi fa togliere la maglietta e mi fa accomodare sul lettino. Mi spalma il gel da radiografia sul petto e, dopo qualche minuto di esame silenzioso, questo è più o meno il dialogo che segue:

Dottoressa: “Osteria…”

Io: “…”

D.: “Che grossa… non va mica tanto bene…”

Io: “…”

D.: “No, non va proprio bene. Chi le ha fatto fare questo esame?”

Io: “Nessuno, il medico sportivo mi ha chiesto un esame di 30 anni fa e allora io ho deciso di rifarlo di mia iniziativa. Ma scusi qual è il problema?”

D.: “Lei ha l’aorta ingrossata”

Io: “…”

D: “Un’aorta così non va bene. Lo sport se lo dimentica. Sono sicura che lei non fa certo ginnastica per anziani, quindi non posso proprio dirle che può fare ancora sport”.

Io: “… ” e intanto penso “[oh, cazzo]”

D: “Ci sono mai stati casi di morte improvvisa in famiglia?”

Io: “… Beh, [oh, cazzo], no… Nessuno… [oh, cazzo] Mi sa che sarò io il primo…”

D: “Ma no! Ci mancherebbe! Però un’aorta così è assolutamente da controllare”.

Finisce l’esame, scrive un po’ di cose al computer.

Io: “Scusi e adesso? Io la visita sportiva l’ho passata…”

D: “Beh, dovrebbe avvisare il medico sportivo. Sa, un’aorta di più di 5 centrimetri potrebbe essere un aneurisma. Pur essendo asintomatico, non sono cose simpatiche…” (questi punti di sospensione lasciano sottintendere chiaramente un “se poi muore giocando”).

Io: “Certo che ci parlo col medico sportivo, ma non per le cose poco simpatiche che gli capiterebbero se schiatto, quanto per il fatto che a me dispiacerebbe proprio un bel po’ schiattare. Sa com’è… Comunque cosa si può fare in questi casi?”

D: “Se con una TAC è confermato il problema, si potrebbe anche dover operare”

Io: “Operare? Come operare?”

D: “Sì, è un’operazione seria, a cuore aperto”

Io: “Ah… Ok… Bene… Vado”

Uscendo dallo studio, mi siedo su una sedia subito fuori e, grazie allo stress della incredibile notizia e alla mia già bassa pressione, praticamente ho un mancamento. La dottoressa se ne accorge, mi riporta sul lettino dove mi stendo giusto in tempo prima di svenire.

Mentre la mia mente vaga tra pensieri, rumori e immagini irreali, sento una voce lontana che mi chiama “Marco! Marco! Si svegli! Forza! Si svegli!”.

Mi sveglio.

Spiego alla dottoressa, un po’ spaventata, che nel corso della mia vita mi è già successo qualche altra volta di svenire per cali di pressione. Al che lei mi conferma che ho la pressione massima sotto i 70. “Una sincope da stress” mi dice.

Dopo qualche minuto mi alzo, faccio per andare a casa ma lei, giustamente, mi obbliga a stare seduto in sala d’attesa. Passano i minuti, mi rendo nuovamente conto di quello che poco prima mi è stato detto e sento di avere un altro calo di pressione. Mi stendo per terra alzando le gambe sulla sedia. Qualcuno in sala d’attesa richiama la dottoressa che esce e mi fa “Ancora? Adesso lei avvisa sua moglie e si fa riportare a casa”.

Io le dico che no, non chiamo mia moglie per andare a casa e che l’unico modo che ho per stare meglio è uscire il prima possibile da quello studio. Passa qualche altro minuto. Mi misura la pressione, tornata sopra i 100 e a questo punto mi lascia andare.

Vado a casa e racconto tutto a Lucia. Inizialmente non ci crede ma il mio sguardo le fa capire che, purtroppo, non sto scherzando.

Mando un messaggio al medico sportivo che mi risponde testualmente “L’eco a volte sproietta e sovrastima, mi piacerebbe vedere l’eco! Comunque indispensabile fare TAC urgente per capire le dimensioni reali: 5 cm. mi sembrano tanti. Spero abbiano sbagliato”.

Questa conferma della gravità della situazione non mi aiuta per niente. Vado dalla mia dottoressa, le spiego tutto, al che lei mi fa una ricetta per una “TAC toracica e addominale” con poco più sotto scritto “Per esame dell’aorta”. Poi ci mette sopra il bollino verde per gli esami urgenti da fare entro 72 ore. Vado al CUP di Varese dove mi prenotano per una TAC giovedì 10 all’Ospedale del Ponte.

Passano tre fatidici giorni in cui mi documento a più non posso sull’aneurisma all’aorta. Scopro come è fatta e che parte dal ventricolo sinistro del cuore, da cui la separa la valvola mitrale, sale su con l’aorta ascendente, poi forma l’arco aortico da cui escono tre grosse arterie che vanno a formare uno la carotide e la succlavia destra e gli altri due la carotide e la succlavia sinistra, poi scende con l’aorta toracica, quindi l’aorta addominale che strada facendo porta sangue a tutti gli organi che incontra e, infine, si divide in due e va a formare le due arterie femorali. Scopro anche che l’aneurisma all’aorta ascendente, il punto più largo misurato nel mio esame, è il più difficile da operare. Sternotomia, abbassamento della temperatura a 25 gradi, circolazione extracorporea, mortalità dell’operazione tra il 3% e il 5%, a seconda delle fonti.

3%. Più o meno la possibilità di fare un pieno alla roulette. Una percentuale molto bassa quando punti al casinò. Ma ti sembra maledettamente alta se riguarda la probabilità di morire durante un’operazione chirurgica.

Arriva giovedì 10. Vado in ospedale per la TAC. Lo stress sale. Arriva il mio turno. Il tecnico prende la prenotazione, la legge, mi guarda e mi fa “Aspetti a spogliarsi, devo parlare con un medico”. Passano i minuti. Torna e dice “Mi scusi ma hanno sbagliato al CUP. Qui non possiamo farle questo genere di TAC perché la macchina non è abbastanza veloce. Deve andare all’Ospedale del Circolo”.

Vado di nuovo al CUP e lì mi dicono che il ticket pagato resta valido e che posso direttamente andare al reparto di radiologia del Circolo per fissare l’esame.

Così faccio e a questo punto in reparto scopro che la angio TAC va fatta con il mezzo di contrasto. Siccome può dare fenomeni di allergia, devo però prima fare gli esami del sangue.

Torno dalla dottoressa, le faccio correggere la ricetta, mi faccio fare anche quella per gli esami del sangue, che faccio immediatamente la mattina dopo. Il ritiro dell’esito è possibile a partire da giovedì 17/10. Solo dopo quella data potrò tornare in reparto per prenotare la TAC.

Per fortuna venerdì parto per 4 giorni di svago a Berlino con mio figlio Federico. Questo mi aiuta a non pensarci troppo fino al ritorno, lunedì sera.

Martedì in giornata incrocio la dottoressa che mi avvisa che l’esito degli esami del sangue è in realtà già pronto, lo vede dal computer. Il giorno dopo, mercoledì, vado quindi a ritirarli e passo subito in radiologia a prenotare la TAC che, fortunatamente, mi fissano già per il giorno dopo, giovedì 17, con ritiro del referto a partire da martedì 22.

Passano finalmente anche queste 24 ore interminabili ore e vado a fare la tanto agognata angioTAC. L’infermiere che mi accoglie, Giorgio, è eccezionale e gentilissimo. Mi spiega tutto quello che riguarda l’esame: come funziona, quanto dura, la sensazione che si può provare quando viene iniettato il liquido di contrasto, il relativo, bassissimo, rischio di allergia e i sintomi a cui devo prestare attenzione nel caso si verifichino.

Quando gli racconto gli ultimi, pazzeschi, 10 giorni e gli dico che altri 5 giorni per attendere l’esito mi avrebbero probabilmente fatto morire per lo stress, mi confida che proverà a farmi fare una specie di referto immediato dal dottore.

Detto questo, mi mette un ago nella vena del braccio destro, mi fa stendere sul pianale della TAC, mi attacca il tubicino del mezzo di contrasto all’ago ed esce.

Inizia l’esame.

Di norma sono abbastanza bradicardico, sotto i 60 battiti al minuto, ma durante l’esame il cuore mi va a mille.

Dopo pochi minuti finisce tutto e posso uscire dalla sala TAC.

Mi siedo fuori e attendo. Giorgio passa, mi offre dell’acqua e mi avvisa che ci vorrà una mezz’oretta circa per scaricare tutte le immagini sul server.

Una lunga, lunghissima mezzora, che però alla fine passa pure lei.

Il dottore mi chiama, mi fa sedere e mentre fa scorrere sul monitor quello che è l’interno di me stesso, mi spiega: “La misura di cut-off per un’aorta normale è circa 4 cm. La dimensione della sua è 4.5 cm e non 5 come indicava l’ecografia. Un po’ sopra la norma ma, vista la sua altezza, il normopeso, la bassa pressione, il fatto che le sia stato diagnosticato un prolasso della mitralica trent’anni fa, direi che tutto lascia pensare che è sempre stata così. Inoltre non ci sono aneurismi lungo tutto il resto dell’aorta”.

Esco galleggiando dalla radiologia, mando un messaggio a Giulio, il medico sportivo, che mi risponde “direi ottime notizie e ora vai a giocare!”.

Il mio amico Gianchub (è il suo nome buddista) dice che questa storia è stata la mia chiamata. Non so cosa possa voler dire, ma di certo a me qualche insegnamento, profondo, l’ha dato. Infatti scrivo questo post proprio perché sono convinto che possa servire anche a qualcuno di voi 🙂

Kevin Magee

Nel lontano 1982 avevo 18 anni, ero così e giocavo a pallacanestro nelle giovanili della allora Cagiva Varese. Uno dei miei compagni di squadra è conosciuto e ha avuto una discreta carriera nella serie A, vincendo addirittura uno scudetto nel 1999. Oggi è il presidente della Pallacanestro Varese e il suo nome è Cecco Vescovi.

Ma questo post non è dedicato a lui, bensì a un giocatore che militava nella prima squadra di quei tempi: Kevin Magee.

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Durante un allenamento con la prima squadra mi toccò curare questo grandissimo giocatore. Io ero sicuramente al top della mia condizione fisica, dopo mesi di sette allenamenti a settimana, e mi illudevo che avrei potuto difendere contro Kevin.

Ricordo quell’azione perfettamente, come se fosse questo preciso momento.

Ero sul fondo del campo e tenevo il piede sulla linea, appena dentro l’area del tiro libero, per evitare che mi superasse sul fondo. Braccia larghe. Piegato sulle gambe. Pronto a fermarlo.

Kevin mi guardò per un istante, sorrise e, come se niente fosse, fece un passo e mi saltò. Sì, semplicemente mi saltò. Lui era alto 2 metri e 3 centimetri, ma io sono comunque un metro e 94, eppure ricordo che vidi le sue ginocchia all’altezza dei miei occhi e, piegandomi all’indietro per via del suo peso, lo vidi schiacciare a una mano. In quel momento capii che il basket di alto livello non faceva per me. O meglio, che io non facevo per lui.

Kevin Magee è morto in un incidente stradale nel 2003 e ha lasciato la moglie e tre figli. Ho scoperto questa cosa pochi giorni fa e la notizia mi ha colpito come se fosse scomparso un mio vecchio amico.

Forse, anche se lui non ha mai saputo il mio nome, è davvero così.

Le vie del cervello sono infinite

Stamattina stavo cercando di ricordare quel termine inglese che indica i neologismi formati dalla fusione di due parole, ma proprio non c’è stato verso di farmelo tornare in mente. Poi all’improvviso, chissà perché, decido che c’entra qualcosa il villaggio dove hanno girato il telefilm il Prigioniero.

Infatti da lì ci sono arrivato:

Le vie del cervello sono davvero imperscrutabili 🙂

Due pesi e due misure

Steinbrueck, il capo dell’opposizione tedesca, ha chiamato Grillo e Berlusconi “due clown”

Grillo si è imbufalito e ha fatto i complimenti a Napolitano per essersi indignato.

Ma allora perché lui continua a offendere chi ha votato il PD, chiamandolo il partito PD-meno-elle?

Allora sai che ti dico, Grillo? Che viste le ultime squisite interviste ai tuoi neo deputati, il tuo è il Movimento 5 Stalle.

Luttazzi, ultima puntata

Un amico mi ha segnalato un post che difende Daniele Luttazzi. L’ho letto e, devo dire, mi ha lasciato della stessa opinione. La maggior parte della difesa si basa sulla fantomatica caccia al tesoro. Bene, con Archive.org è possibile cercare tutti gli URL salvati per un dato sito e allora mi sono divertito a indagare un po’ nel passato del sito danieleluttazzi.it. Ho così trovato questa pagina http://web.archive.org/web/20071009141615/http://danieleluttazzi.it/blog/7525:

Ci sono due copie dello stesso messaggio, a firma di un certo Lloyd, una del 2007 e l’altra del 2005 in cui si parla di “citazioni di comici famosi”. Il testo è leggermente diverso e infatti non si capisce come nel 2005 si potesse far cenno alla caccia dell’anno 2007. Sembra quasi che sia stato corretto nel 2007 il testo del 2005 e in seguito, visto l’errore, sia stato corretto nuovamente, facendo una specie di “save as” e cambiando la data del post.

Poi ho trovato quest’altra pagina http://web.archive.org/web/20060112195056/http://www.danieleluttazzi.it/?q=node/144#comment:

Rappresenta la copia originale del post del 2005, con testo totalmente diverso e questa volta scritto da “Daniele Luttazzi”. Qui si parla soltanto di “scherzi e allusioni segrete”.

C’è poi anche questa copia http://web.archive.org/web/20110414160409/http://www.danieleluttazzi.it/node/144:

Il testo del post diventa assai simile ai due messaggi di Lloyd.

Bene, mi piacerebbe sapere come mai hanno spostato il testo del post del 2007 (dopo pochi mesi hanno iniziato a trapelare le prime liste delle battute “citate”) indietro nel tempo nel 2005, correggendo, sistemando e sostituendo il messaggio originale che non parlava di citazioni?

Per quanto mi riguarda questo non fa altro che confermare che Daniele Luttazzi (o qualcuno del suo entourage) la coscienza sporca ce l’aveva.

Addendum

Come mai io che ho letto diversi suoi libri e visto 4 (se non 5) suoi spettacoli dal vivo, non ho mai sentito un cenno di Luttazzi riguardo a questa fantomatica “caccia al tesoro”?

 

In Italia no!

Non avere la televisione non è un grosso problema, anzi, lo trovo alla lunga un gran vantaggio per tutto il tempo che si guadagna. Abbiamo smesso di averla quando, se non ricordo male alla fine del 2009, la Lombardia è passata su digitale terrestre. Senza antenna parabolica e decoder, ho colto la palla al balzo per soddisfare il mio desiderio innato di snobismo e abbiamo rinunciato completamente alla tv. Qualche tempo fa un amico mi ha regalato una televisione al plasma da 42″ (lui è passato a un 55″ 3D) che usiamo felicemente per vederci film, documentari e serial tv. A proposito, consiglio vivamente Sherlock (quello della BCC), Dexter e Breaking Bad.

Tutto questo ha funzionato bene per più di 3 anni, i figli non hanno praticamente mai protestato, soprattutto dopo che ho spiegato loro che potevano vedere quello che volevano il giorno dopo su Youtube e senza pubblicità (al tempo a loro interessavano le Iene e Zelig).

Ma adesso… già, adesso ci sono le Olimpiadi. Ieri sera, incredibilmente anche Alessandro, il figlio meno sportivo e più artista, ha manifestato il desiderio di vedere la Pellegrini in diretta.

Beh, nessun problema ho pensato, ci sarà modo di trovare un sito che manda in streaming le Olimpiadi. Detto, fatto, cercato e trovato: c’è!

Se avete provato a visitare quel link molto probabilmente vi sarà apparsa questa immagine:

Riporto l’elenco testuale dei paesi:

Albania, Algeria, Armenian Republic, Austria, Azerbaijani Republic, Belgium, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Croatia, Cyprus, Czech Republic, Denmark (Faroes, Greenland), Egypt, Estonia, Finland, France (Andorra, French Guyana, French Polynesia, Guadeloupe, La Reunion, Martinique, Mayotte, New Caledonia, St. Pierre and Miquelon, Terres Australes Françaises, Wallis and Futuna), Georgia,Germany, Greece, Hungary, Iceland, Ireland, Israel, Jordan, Latvia, Lebanon, Libya, Lithuania, Luxembourg, Malta, Former Yugoslav Republic of Macedonia, Monaco, Morocco, Netherlands, Netherlands Antilles (Bonaire, Curacao, Saint Maarten, Sint Eustatius, Saba), Aruba, Norway, Spitsbergen, Poland, Portugal, Republic of Belarus, Republic of Kazakhstan, Republic of Kyrgyzstan, Republic of Moldova, Republic of Tajikistan, Republic of Uzbekistan, Romania, Russia, San Marino, Serbia and Montenegro, Slovakia, Slovenia, Spain, Andorra, Sweden, Switzerland, Liechtenstein, Tunisia, Turkey, Turkmenistan, Ukraine and the United Kingdom.

Siccome la lista di paesi è lunghetta, mi sono preso la briga di preparare una mappa che la rappresenti:

Mi pare che l’immagine parli da sola. Nel caso non sia così, provo a descriverla: tutto ciò che si possa anche lontanamente chiamare Europa, possedimenti e colonie compresi, anche la Russia e i paesi africani vicini, tranne l’Italia.

Per fortuna esistono mezzi per far credere al mondo che il tuo computer si trovi altrove,  per cui alla fine abbiamo visto la Pellegrini, lo sciabolatore Occhiuzzi, un po’ di pallavolo e altri sport vari.

Ma qualcuno sa dirmi perché Eurovisionsports si vede dappertutto in Europa, ma in Italia no? Cosa c’è in Italia, e solo in Italia, di diverso?

Kafka rulez

Federico, il figliolo minore, ieri è stato bocciato all’esame di pratica per il patentino per la moto. Quattro su sette bocciati. Convocazione per le 9. Esame sostenuto alle 13:15. Va beh… bocciatura meritata perché è passato col giallo.

L’ingegnere (chissà poi se sono davvero tutti ingegneri gli esaminatori), severo ma sostanzialmente giusto e gentile, a fine esame e dopo aver spiegato gli errori a Federico, mi fa:

– Mi spiace, comunque può già prenotare oggi o domani per il prossimo esame, la documentazione rimane valida.

– Grazie. Ma senta, non si potrebbe dare agli esaminandi appuntamenti distinti di mezz’ora in mezz’ora, in modo da non far aspettare quasi 6 ore a chi come noi fa l’esame per ultimo?

– Uhm… mi pare proprio una buona idea! La suggerirò al comitato per le patenti.

Archivio la mia sorpresa per tale risposta (mi sarei aspettato un qualche strano motivo tecnico per cui non fosse possibile, non certo che nessuno ci avesse pensato), saluto e me ne vado.

Stamattina mi presento alle 9 alla motorizzazione civile a Varese per prenotare la nuova prova pratica. Per i non addetti, ci sono tre prove complessive a disposizione per affrontare gli esami di teoria e pratica. Avendo passato teoria al primo tentativo Federico ha a disposizione, nonostante la bocciatura di ieri, una nuova (e ultima) prova pratica.

Prendo il numerello G03. Stanno servendo il numero 92. Presumo che si tratti dell’F92 e che tra un po’ tocchi a me. Aspetto con Federico i miei bei quarantacinque minuti e quando è il mio turno mi avvicino allo sportello con il mio bel faldone.

Segue questo dialogo più o meno testuale:

– Buongiorno, ieri mio figlio è stato bocciato e dovrei prenotare la nuova prova pratica.

– Ma guardi che non è più valida la documentazione.

– Scusi? Ma come? Non vede che c’è lo spazio per la terza e ultima prova?

– Aspetti un attimo…

Il tizio si assenta, va dal suo collega allo sportello di fianco, gli fa vedere il faldone, il suo collega lo guarda e dal labiale intuisco una cosa tipo “certo che vale ancora, basta fare un’altra prenotazione”.

Il tizio torna allo sportello, vede la data dell’esame di ieri e fa:

– Dunque, ieri era il 10 luglio, deve attendere un mese e un giorno, quindi si va ad agosto, ma purtroppo non abbiamo ancora i fogli per la prenotazione di agosto quindi deve tornare più avanti.

– Scusi?

– Eh, non posso farle la prenotazione, vede? Ho solo il foglio di luglio.

– Scusi? Lei mi sta dicendo che io devo tornare qui un’altra volta solo per fare la prenotazione?

– Stia calmo, sì è così.

– SCUSI? Io non sto calmo, un suo collega, quello che ieri ha bocciato mio figlio, mi ha detto che potevo venire oggi a prenotare. Un suo collega, capisce? Non un estraneo!

– Non serve fare polemica e urlare, siamo qui a lavorare.

– Guardi quella frase proprio non la deve usare, mi fa solo arrabbiare di più, perché anche io non sono qui a giocare!! Anzi, ho proprio preso un permesso dal lavoro per essere qui e non esiste proprio che io debba tornare solo perché lei non ha un foglio!!!

[Ok, questa è l’unica “forzatura”, non ho dovuto chiedere un permesso a nessuno, ma volevo far valere i miei diritti!]

– Senta, se non le sta bene vada al secondo piano e chieda del sig. Speroni.

– Certo che non mi sta bene e certo che ci vado!!

Nel frattempo era calato un rispettoso silenzio nella sala perché tutti stavano ascoltando il diverbio. Tralascio la facilità (è un eufemismo) con cui trovo il sig. Speroni nei meandri del secondo piano. Attendo che si liberi, mi presento, gli spiego la situazione. Lui mi guarda e senza dire altro mi chiede:

– Ha chiesto allo sportello cinque?

– Sì.

Al che prende il faldone, scende, va allo sportello cinque (io nel frattempo ero dall’altra parte del bancone) va dal tizio, gli spiega qualche cosa, prende un foglio da un’altra pila, viene da me e mi chiede:

– Abbiamo solo 28 o 30 agosto, le va bene?

– 28 agosto va bene. Ma guardi che io ho insistito non per avere l’esame ad agosto ma solo per non tornare qui un’altra volta. A me andava bene anche settembre.

– No, settembre non le andava bene perché avendo fatto la teoria a marzo, il termine ultimo è agosto.

– Ah, ok, capito grazie mille.

Il sig. Speroni senza rispondere o fare cenni, se ne torna al secondo piano.

Ora io mi chiedo: il fantomatico addetto allo sportello cinque, visto che non sapeva che ci sono tre prove da sostenere, visto che non sapeva che il foglio di agosto era solo nella pila a fianco già pronto e in parte compilato (Federico infatti sarà il secondo a sostenere l’esame il 28), visto che stava per gettare al vento una mattinata della mia vita, era veramente “lì a lavorare”?

Ad ogni modo voglio archiviare questo episodio come una vittoria del cittadino Kafka, anche se ottenuta solo con le maniere forti.

Ma che pena…

Tra credenti e atei non ci sono praticamente differenze

Mi è appena arrivato questo bellissimo (ed enorme) poster. Si tratta dell’elenco della gran parte degli dei creati dall’uomo:

Questo è il dettaglio del titolo in alto a cui seguono più di 2800 nomi di dei a cui nessuno, ateo, credente, agnostico o pastafariano crede (sì, lo so, c’è anche il Flying Spaghetti Monster):

Questo invece è il dettaglio del titolo in basso a destra a cui seguono 4 nomi di dei o entità tra cui ci sono quelle a cui i credenti di norma credono:

La differenza, quindi, è al massimo di uno o due nomi su più di 2.800, praticamente nulla 🙂

Se a qualcuno interessa il poster, si può acquistare sul sito Common Sense Atheism.

Nobel

Oggi ho scoperto che l’inventore della plastica è stato un italiano, Giulio Natta, e che per questo ha anche vinto il Nobel per la chimica nel 1963.

Per uno di quegli strani giochi di perle di vetro che spesso capitano navigando il web, ho cercato il numero di vincitori di Nobel a seconda della loro nazionalità e ho trovato questa tabella:

Vincitori del Nobel per paese
Pos Paese Totale
  1 Bandiera degli Stati Uniti Stati Uniti 287
  2 Bandiera del Regno Unito Regno Unito 110
  3 Bandiera della Germania Germania 94
  4 Bandiera della Francia Francia 57
  5 Bandiera della Svizzera Svizzera 24
  6 Bandiera dell'URSS URSS e Bandiera della Russia Russia 24
  7 Bandiera dell'Italia Italia 20
  8 Bandiera della Svezia Svezia 19
  9 Bandiera del Canada Canada 18
  10 Bandiera dei Paesi Bassi Paesi Bassi 18
  11 Bandiera dell'Ungheria Ungheria 14
  12 Bandiera della Danimarca Danimarca 14
  13 Bandiera della Polonia Polonia 14

 

Per mia curiosità ho voluto provare ad aggiungere un paio di colonne, popolazione in milioni di abitanti e il rate nobel per milione, ordinando poi la tabella per quest’ultimo valore:

Vincitori del Nobel per paese
Pos Paese Totale Pop Nob/Pop
  5 Bandiera della Svizzera Svizzera 24 7.8 3.08
  12 Bandiera della Danimarca Danimarca 14 5.4 2.59
  8 Bandiera della Svezia Svezia 19 9.1 2.09
  2 Bandiera del Regno Unito Regno Unito 110 65 1.69
  11 Bandiera dell'Ungheria Ungheria 14 10 1.40
  3 Bandiera della Germania Germania 94 81 1.16
  10 Bandiera dei Paesi Bassi Paesi Bassi 18 16 1.13
  1 Bandiera degli Stati Uniti Stati Uniti 287 308 0.93
  4 Bandiera della Francia Francia 57 65 0.88
  9 Bandiera del Canada Canada 18 34 0.53
  13 Bandiera della Polonia Polonia 14 38 0.37
  7 Bandiera dell'Italia Italia 20 60 0.33
  6 Bandiera dell'URSS URSS e Bandiera della Russia Russia 24 293 0.08

 

Wow! Tutto mi aspettavo fuorché scoprire gli svizzeri al primo posto.

E gli italiani al penultimo…

Dove sono in Islanda?

Oramai la sindrome di Wally ha colpito anche i miei compagni di gite, per cui spesso mi sento dire “nasconditi lì, nasconditi là”.

Il risultato sono ben tre Wally islandesi, di cui due veramente tosti, per cui come sempre disponibile a dare le soluzioni ai curiosi impazienti 🙂

Il primo a Núpsstaður (difficoltà 8/10).

Il secondo nel cratere di Hverfell (difficoltà 3/10).

Il terzo e ultimo a Höfði, vicino al lago di Mývatn (difficoltà 9/10).

Dove sono a Mosca?

In attesa di ben tre Wally islandesi, uno mi sa davvero difficile, ecco un vecchio Wally moscovita a Gorky Park che avevo lasciato da parte perché troppo facile.

L’immagine era sul desktop da tempo e, ricordando la fatica fatta per fare la foto, ho deciso di pubblicarla lo stesso 🙂

Tutti gli altri Wally.